Consigli su come affrontare un trekking

argomentazione 1: essere negazionista dell’esistenza dei piedi oppure c’è speranza?

A piedi vai veramente in campagna, prendi sentieri, costeggi le vigne, vedi tutto. C’è la stessa differenza che guardare un acqua o saltarci dentro.

(Cesare Pavese)

Cosa c’è di sbagliato nell’affermare che il trekking è la cosa più facile che esista? Troppo generico poi ridurre ad un’unica disciplina, un’attività che in sé per sé nasconde una miriade di sfaccettature e di possibilità per tutti. Sarà forse la parola trekking che può creare confusione nel “neofita”. Ma come possiamo definirci neofiti in questioni come il semplice camminare? Il movimento nell’ apporre un piede dopo l’altro generando così un movimento l’apprendiamo dopo pochi mesi di vita ed è una delle prime nostre conquiste. Solitamente il giorno dell’evento viene immortalato con tanto di videocamera (adesso smartphone a tre fotocamere). Prima da ragazzi e in seguito da adulti, il gesto tecnico rimane il medesimo, cambia solo lo stato mentale in cui ci ritroviamo nel preciso momento in cui siamo costretti a percorrere un percorso, corto o lungo che sia, facendo affidamento alle sole nostre gambe. L’uomo moderno sembra ormai aver rilegato ad eccezionale la possibilità di camminare, preferendo di gran lungo l’utilizzo di mezzi di locomozione più o meno green, non ultimo il famigerato e tanto discusso monopattino.

Ponendo quindi il trekking ad attività accessoria, innaturale, un misto tra ricercato e roba da anticonformisti, viene automatico pensare che un azione contro l’attuale natura delle cose, deve essere spinta da un volere che va ben oltre l’umana ragione. Ecco dunque il primo consiglio. Per fare un escursione è fondamentale avere VOLONTA’, una qualsiasi motivazione come per esempio la ricerca di benessere, oppure riappropriarsi di luoghi vicini ma nascosti, o nell’accezione più sportiva di volersi misurare con i propri limiti. L’importante è mantenere accesa quella fiammellina che ci ha spinti a lasciarci alle spalle per un breve lasso di tempo la nostra comfort zone, almeno quel tanto che basta per non essere più in tempo di ripensarci. Solitamente l’opera di autoconvincimento che la cosa che state per intraprendere è giusta viene ben presto smascherata alla prima difficoltà. Cito solo a titolo meramente esemplificativo e non esaustivo: presenza di salita, presenza di discesa, sentiero sconnesso, tuono in lontananza, poco segnale al cellulare, chiamata al cellulare che purtroppo prende benissimo della moglie/compagna/fidanzata/quella della sera prima, ecc.. ecc…

Volontà e forza d’animo, queste sono le chiavi di volta per un’ esperienza unica, ma potrebbero non bastare. I detrattori risulteranno all’animo debole e corruttibile sempre in numero maggiore rispetto a chi vi appoggerà l’idea di una domenica in mezzo al bosco a prendere zecche e altre malattie trasmissibili direttamente dall’animale all’uomo. E’ per questo che a fianco dell’inesperto individuo, asceta dei giorni nostri, troviamo una serie infinita di attrezzature adatte a proteggerci dalle intemperie, dai giudizi di avventatezza, e da tutti i pericoli.

Perché è più che giusto combattere la guerra pacifica sul principio dell’autodeterminazione (“sarò mai libero di fare quel che mi pare il fine settimana? Posso avere piacere a sudare come un caimano per guadagnarmi una vetta? Ma io vengo a rompere le scatole a voi quando guardate il Grande Fratello?”), ma almeno facciamolo con pudore. Va bene essere i Gandhi della situazione, ma almeno sopra i mutandoni mettiamoceli due panni non dico tecnici, è sufficiente che assolvano al compito di coprire con un minimo di stile.

Ma questa è un’altra storia….che presto verrà approfondita nell’articolo sull’abbigliamento da escursione.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *